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martedì, 23 giugno 2009

Premio Vigonza 2009

Era un sabato di fine agosto, poco meno di un anno fa, quando inaspettatamente il mio cellulare trillò. Mi chiamavano da Monselice per annunciarmi il mio inserimento nella rosa dei finalisti del concorso letterario “Il poeta e il narratore” con il mio racconto “Gianna”.

Dopo un lungo periodo dedicato ai bambini, a presentare il mio libro “Sandrino e lo gnomo” in numerose prime medie e quinte elementari, ho capito che era arrivato di nuovo il momento di dedicarmi ad un altro genere di scrittura. E’ iniziato così un anno intenso (per deformazione professionale per me gli anni cominciano il 1 settembre e finiscono il 30 giugno…), durante il quale confesso di non aver scritto molto, ma che è stato ricco di soddisfazioni e di emozioni: l’uscita di “Stagioni”, le presentazioni, e infine questo nuovo riconoscimento: il primo premio per la sezione racconti al concorso “Vigonza”, con la pubblicazione del racconto “Venezia d’inverno”, già comparso su questo blog alcuni mesi fa.

Vigonza giugno 09

Mi rendo conto di peccare di immodestia: non è nella mia natura e per questo spero mi perdonerete… So che la vittoria o la classificazione ai primi posti nei concorsi non significa che si è più bravi, ma soltanto che il proprio racconto è piaciuto più di altri: il gusto personale dei giurati gioca indubbiamente un ruolo notevole, in queste situazioni.

Ma voglio cullarmi ancora un po’ in questa beatitudine d’animo, godermi la soddisfazione di questi momenti e riguardare con voi alcune delle foto della premiazione, nell’inattesa cornice di un padiglione all’aperto nel parco del castello dei Da Peraga, con un vento fresco e sbarazzino che animava la giornata…

 

Vigonza giugno 09 007Vigonza giugno 09 021

Dopo la cerimonia ci sorprende piacevolmente il buffet, preparato silenziosamente dietro un tendone, che poi si rivela abbondante e appetitoso (non immaginate che fame viene, una volta passata l’emozione!); infine foto di gruppo con i protagonisti dell’evento: concorrenti e giurati.

Ci scambiamo qualche copia dei nostri libri, qualche indirizzo e-mail, le impressioni della giornata. Magari ci si rivedrà a qualche altro concorso…

 

 

Vigonza giugno 09 032Vigonza giugno 09 031

postato da: SilviaZanetto alle ore 14:58 | link | commenti (13)
categorie: scrittura, concorso, festa, premiazione, pubblicazione
martedì, 12 maggio 2009

FRAMMENTI- lato B: Giorgio

Per chi non abbia letto o non ricordi la prima parte di Frammenti: vi consiglio di leggerla prima di questa (l'ho appena postata qui sotto)

FRAMMENTI
LATO B: GIORGIO

Che genere di attrattive avesse potuto trovare una donna come Elisa in un tipo come lui, per Giorgio sarebbe rimasto per sempre un mistero inesplicabile.
Non era certo avvenente o affascinante, tanto meno dotato di quella disinvoltura sciolta che gli era sempre parsa il requisito indispensabile per far colpo sull’altro sesso.

Era molto dotato, invece, di intelligenza.
Purtroppo.
Gli aveva sempre procurato dei gran fastidi, quella sua intelligenza “superiore alla media”, come ripetevano con malcelato orgoglio genitori e insegnanti.
Lui, invece, si percepiva come una strana e sgraziata marionetta, incastrato a fatica dentro quel banco in ultima fila che non riusciva a contenere le sue braccia e gambe troppo lunghe. Già oltre un metro e ottanta in seconda media, uno e novanta in terza, magro oltre i limiti dell’accettabile, si sentiva smarrito in quel corpo squilibrato che non riusciva a governare, come se gli arti se ne andassero per conto proprio e la testa, invece, rimanesse lì sconcertata in attesa dei propri punti cardinali.
Aveva un viso qualsiasi, capelli di un colore indefinito tra il biondo e il castano e occhi di un celestino grigiastro sbiadito, che solo l’amore di sua madre poteva arrivare a definire azzurri, nascosti dietro il più classico paio di occhiali da “secchione”.
Raggiunti i quattordici anni, era arrivato alla conclusione che i suoi genitori l’avessero chiamato “Giorgio” perché quel nome aveva un’assonanza con l’aggettivo “grigio”.
“Grigio”, sì, avrebbe dovuto essere il suo nome. Grigio colore dell’assenza, del vuoto, della nebbia, del “non essere lì”. Perché Giorgio, in quel suo banco troppo piccolo in ultima fila, avrebbe voluto soltanto fondersi con l’ombra sulle pareti, dissolversi, annullarsi.
Non troppo diversamente erano trascorsi gli anni del liceo, dove il suo interesse per la matematica si era tramutato in un’autentica passione. I 10 fioccavano, soprattutto nelle materie scientifiche, e la sua fama di secchione si era talmente consolidata che Giorgio non se ne dispiaceva nemmeno più. In realtà, preferiva conversare con gli insegnanti che con i coetanei, e quando durante l’intervallo gli altri improvvisavano una partita di calcio, lui intavolava una discussione con la prof di filosofia.
Si diceva, con una certa malizia satura di sottintesi, che non gli interessassero nemmeno le ragazze.
In realtà gli facevano paura. Giravano per la scuola a grappoli, legate l’una all’altra da segrete complicità femminili il cui senso gli sfuggiva; parevano nascondere, più che valorizzare, i loro volti dietro eccessi di trucco che solo poche avevano già appreso a dosare; erano camuffate nell’abbigliamento all’ultima moda che le faceva apparire tutte calchi dello stesso modello.
Indecifrabili. Inavvicinabili.
Anche Marina, che pure gli faceva sollevare lo sguardo dai libri, quando gli passava davanti con quella maglietta così stretta e quei capelli incredibilmente biondi che profumavano di shampoo alla pesca.
L’università, poi due master, sempre con il massimo dei voti. Non aveva avuto bisogno di cercare un lavoro: le offerte erano fioccate e aveva avuto solo l’imbarazzo della scelta.
Abito grigio cravatta grigia e valigetta si erano trasformati in una moderna armatura, protetto dalla quale affrontava il mondo e dal mondo si difendeva.

Quando, durante una cena aziendale alla quale non aveva potuto sottrarsi, Elisa gli si era avvicinata, Giorgio in un primo momento aveva pensato ad uno scherzo di cattivo gusto da parte dei colleghi: una messa in scena organizzata, per ridere poi alle sue spalle.
Forse per questo l’aveva trattata con fredda diffidenza. O forse soltanto perché con le donne proprio non ci sapeva fare.
Elisa – gli aveva raccontato molto tempo dopo - aveva pensato semplicemente che non sarebbe stato facile.
Ma, a quei tempi, era una che amava le sfide.
Nel cielo opaco che sovrastava l’ esistenza di Giorgio, Elisa era apparsa come un inaspettato, rilucente arcobaleno, che avrebbe potuto spezzare il cerchio sempre più opprimente di schemi e abitudini che negli anni aveva costruito come una fortezza intorno a sé.
Iniziò allora quella girandola incessante di giorni felici, sotto un cielo perennemente azzurro, turbati soltanto da lievi scaramucce o malumori passeggeri. L’entusiasmo di Elisa era un vento che poteva spazzare via la nebbia per intere giornate. I suoi occhi brillavano, mentre lo ascoltava parlare finalmente senza freni, appassionandosi ad argomenti dei quali lei non capiva quasi nulla, ma che acquistavano un valore ai suoi occhi solo per la vitalità che vedeva esplodere in lui. Elisa pareva trovare affascinante la sua intelligenza, non noiosa o strana, un difetto da nascondere o una colpa da espiare.
Dei suoi sentimenti Giorgio non sapeva parlare, ma Elisa dimostrò di saper attendere. L’incredulità a poco a poco si era dissolta, lasciando spazio a una felicità inconcepibile.
Con lei, aveva scoperto il piacere di viziare e coccolare una donna, di compensarla delle parole che non sapeva pronunciare con tutto ciò che, grazie al suo profumato stipendio, si poteva permettere.
Quando si sposarono, Giorgio per lei progettò la casa perfetta: la cucina sarebbe stata immacolata, il soggiorno ampio e luminoso, con il migliore parquet reperibile sul mercato, quadri d’autore alle pareti e cristallo di Boemia per i bicchieri e per il vaso al centro tavola. Uno studio, per quando si fosse reso necessario continuare il lavoro a casa, e varie camere, anch’esse ineccepibili.
Fu in questo scenario perfetto che, inaspettatamente, una sera Giorgio propose a sua moglie:
“Elisa, hai mai pensato di lasciare il lavoro?”
“No, perché?”
“Non c’è assolutamente bisogno del tuo stipendio, e potresti avere più tempo per te, per andare in palestra, uscire con le amiche…”
“Non so, Giorgio, non ci ho mai pensato…” aveva risposto lei con un’espressione attonita. “Non ho nemmeno un hobby che mi appassioni in modo particolare… e in fondo il mio lavoro non mi dispiace”.
“Potrei lavorare a part time…” aveva poi aggiunto dubbiosa, dopo un lungo silenzio.
Giorgio era esterrefatto per la mancanza di entusiasmo suscitata da una proposta che lui considerava estremamente generosa.
“Non ti sto dicendo di licenziare la domestica, Elisa, e nemmeno la stiratrice. Non fraintendermi”.
Non fraintendermi: lei lo aveva guardato a lungo: uno sguardo strano, indecifrabile come gli sguardi delle ragazze ai tempi del liceo.
Ma poi gli aveva sorriso.
Si erano accordati per un part time, una soluzione che pareva ottimale, ma che aveva lasciato in Giorgio un grigio fondo di insoddisfazione e forse una punta di rancore.
Dopo pochi mesi Elisa gli aveva fatto trovare sotto il cuscino una scatoletta rossa, con un fiocco argentato:
“Un regalo? Ma oggi non è il mio compleanno. Che cos’è?”
“Aprilo”.
Non si aspettava di trovare nell’ astuccio la copia della lettera di dimissioni di Elisa, presentate e accolte dal principale la mattina stessa.
“Sei contento?” gli aveva chiesto, guardandolo come se davvero gli avesse appena consegnato un regalo. Un regalo per lui.
“Sei tu che devi essere contenta”.
Lei l’aveva baciato, segno che doveva esserlo. Così aveva pensato Giorgio.
Invece Elisa appariva sempre più inquieta.
Affettuosa come sempre, piena di premure, negli anni del loro matrimonio non aveva dimenticato una sera di aspettarlo ben vestita e truccata, non aveva cessato di farsi bella per lui, come accadeva alla maggior parte delle mogli dei suoi colleghi. E bella lo era davvero, con quella vita sottile che divideva armonicamente in due un corpo ben proporzionato; e nonostante fosse ormai più vicina ai quaranta che ai trenta, pareva che la vita non ne volesse sapere di scalfire quella sua pelle di porcellana dorata.
Lui le aveva dato tutto: il suo amore, assoluto e costante, che le aveva dimostrato in ciascuna delle scelte compiute da quando lei era precipitata nella sua vita. E questo già le sarebbe dovuto bastare, ma Giorgio aveva costruito per lei una vita invidiabile: una abitazione con tutti gli agi, libertà dagli obblighi domestici e dal lavoro, tutto il tempo e il denaro che poteva desiderare… Eppure Elisa non era felice. Non che si lamentasse o trovasse qualcosa da ridire, ma la sua irrequietezza guizzava tra le pareti di casa come una serpe, traspariva nei frammenti di conversazioni interrotte, nei piccoli gesti di stizza quotidiani, in quegli sguardi che a volte parevano attraversarlo.
Elisa non lo amava più.
Non c’era altra spiegazione a quella sua insoddisfazione profonda, totale, di cui probabilmente lei stessa non si rendeva conto.
Elisa non lo amava più, e il suo disamore aveva scaraventato nuovamente Giorgio nel banco in ultima fila, come quel grigio studente che voleva fondersi con l’ombra sulle pareti.
Lui le aveva dato tutto, e per questo Elisa aveva smesso di amarlo, crogiolandosi nell’assoluta certezza di essere nata per essere adorata, di non avere nessuna rivale, di essere il centro del suo universo… e del resto, lui gliel’aveva dimostrato in maniera inconfutabile.
All’inizio, quando il suo comportamento le aveva fatto pensare di avere di fronte un uomo inarrivabile, era stata lei a corteggiarlo, a mettere in atto le più classiche arti della seduzione. Ma poi lui aveva capitolato, si era arreso ed era diventata lei quella più forte. E Giorgio era tornato ad essere giorno dopo giorno, in maniera lenta ma inesorabile, un uomo grigio rinchiuso nelle sue rassicuranti grigie abitudini .
Per la prima volta dopo anni si trovò di nuovo a maledire quella sua dannata intelligenza, con cui aveva ottenuto tanti successi nello studio e nel lavoro, ma che non sapeva evitargli l’ennesimo fallimento nella vita privata.
Ma non sarebbe rimasto ad aspettare che il suo matrimonio andasse in frantumi, avrebbe cercato una soluzione.
Anzi, gli pareva di averla lì a portata di mano, la sentiva serpeggiare tra i meandri della mente, sottile e insinuante come una tentazione folle e irresistibile.
Avrebbe dovuto minare alle radici le sicurezze di Elisa, la sua convinzione di tenerlo in pugno. Lei lo dava per scontato, sapeva che ogni sera alle sette e mezza precise lui sarebbe tornato, sempre preso di lei, sempre affidabile… Non c’era sfida in questo, né seduzione, né gioco. Giorgio faceva parte dell’arredamento, un pezzo d’antiquariato, probabilmente. C’era riuscito, alla fine, a dissolversi nel grigio: proprio quando non l’avrebbe mai voluto, e proprio con lei, che era stata il suo vento di marzo e il suo arcobaleno.
Ora avrebbe fatto strisciare dentro casa la serpe del dubbio.
Elisa avrebbe realizzato in un istante la fragilità dei punti fermi sui quali si era adagiata da anni: avrebbe infine compreso che lui non faceva parte di un pacchetto “tutto compreso” acquistato in blocco con la posizione sociale e la sicurezza economica, come una clausola scritta in piccolo sul contratto di matrimonio.
Di fronte al timore di perderlo, l’avrebbe nuovamente visto come un uomo da conquistare: avrebbe accettato la sfida, sarebbe entrata in competizione.
Sarebbero bastate poche parole a far serpeggiare il sospetto: quella stessa sera, rientrando a casa, avrebbe ritrovato negli occhi di Elisa quel luccichio dimenticato, avrebbe sentito un tremito nei suoi baci, e la giacca e la valigetta sarebbero finite per terra, vicino alla porta…
Giorgio, per la prima volta nei suoi quarantadue anni, agì d’impulso.
Chiamò la segretaria, le chiese di scrivere su una busta bianca, senza l’intestazione della ditta, il suo indirizzo di casa. A mano, si raccomandò.
Con la posta prioritaria sarebbe arrivata nel giro di poche ore, con la corrispondenza del pomeriggio, e di certo Elisa si sarebbe incuriosita vedendo la busta senza l’indicazione del mittente e l’indirizzo in una grafia sconosciuta. L’avrebbe aperta, sicuramente.
Poi, in pochi secondi, scrisse al computer la lettera anonima, in caratteri maiuscoli:
“BASTA, BASTA, BASTA!
O LE PARLI TU O LO FACCIO IO”.

Quando Giorgio, abito grigio cravatta e valigetta, rientrò a casa parecchie ore più tardi, alle 19.30 esatte, trovò Elisa che rideva, sdraiata sul divano, il bel parquet massacrato da un’ecatombe di piatti di porcellana e cristalli di Boemia, le tende strappate e gettate a terra, i quadri fracassati, e ovunque frammenti di bottiglie e tanfo d’alcool.
Non ebbe bisogno di chiedere nulla.




postato da: SilviaZanetto alle ore 16:20 | link | commenti (19)
categorie: amore, riflessioni, racconti, frammenti, bugie

Frammenti- Lato A: Elisa

Posto nuovamente un racconto di alcuni mesi fa, di cui in questi giorni ho scritto il "lato B", cioè la stessa vicenda narrata dal punto di vista dell'altro personaggio. Il "lato B" fornisce tra l'altro le risposte ad alcuni interrogativi che il "lato A" lasciava in sospeso, perciò vi consiglio di leggere-o rileggere - prima questo...

FRAMMENTI

LATO A: ELISA

 

E all’improvviso si accorse che il destino si era stancato di essere generoso con lei.

Capì che quella girandola incessante di giorni felici, sotto un cielo perennemente azzurro, turbati soltanto da lievi scaramucce o malumori passeggeri, sarebbe invece cessata all’improvviso, lasciando il vento dei ricordi a spazzare la sua casa e la sua mente.

Non fu una presa di coscienza graduale, un pensiero di quelli che s’insinuano sottili sotto gli altri e pian piano tingono di un nuovo colore tutte le cose.  Fu una folgorazione, quando le precipitò tra le mani quella lettera che, ovviamente, non era indirizzata a lei.

Non ebbe un attimo di esitazione: stracciò il foglio, ne raccolse i frammenti e li portò in cucina per bruciarli. Alcuni brandelli rimasero sulla scrivania, uno per terra. Sollevò un sopracciglio, appena stizzita. Non ritornò indietro a raccoglierli: ormai tutto era in balìa del caso e tanto valeva lasciarlo agire.

Un lieve odore di bruciato aveva invaso la cucina immacolata; aprì la finestra, solo uno spiraglio, poi iniziò a girare per le stanze.

Di colpo la perfezione esasperata della sua casa la urtò come un sibilo acuto e dissonante: afferrò il vaso di cristallo dal tavolo del soggiorno e lo scagliò a terra in un fragoroso sfolgorare di frantumi. Per un brevissimo, folle istante si sentì felice, ebbra della sua stessa pazzia. Poi le lacrime presero a scendere, mentre si tagliava le mani raccogliendo frammenti di cristallo dal parquet irrimediabilmente rovinato.

 

Elisa appariva il tipo di donna che molti avrebbero definito viziata, se non addirittura capricciosa. Era certo più vicina ai quaranta che ai trenta, ma pareva che la vita non ne volesse ancora sapere di scalfire quella sua pelle di porcellana dorata, e tanto meno le sue inossidabili certezze, in primo luogo quella di essere nata per essere adorata.

O forse era quello che le aveva lasciato pensare Giorgio.

Lei ci si era adattata di buon grado: era piacevole, e soprattutto facile adagiarsi e lasciarsi fare, liberata un peso alla volta da tutte le responsabilità. Come quando le aveva proposto di lasciare il lavoro: quella volta Elisa aveva sentito serpeggiare come una traccia di rimpianto, ma così  sottile che non aveva avuto difficoltà a ignorarla. Ripensandoci, ora, le pareva non fosse rimpianto, ma rimorso. Allora aveva optato per un part-time, ma dopo alcuni mesi aveva dato le dimissioni e le aveva offerte a Giorgio infiocchettate come un regalo di compleanno.

Con la stessa graziosa noncuranza aveva accettato un aiuto domestico e poi per stirare, affollando l’inutilità delle sue giornate con sfiancanti sedute in palestra e massaggi tonificanti dall’estetista.

Sorridente e rilassata, ogni sera apriva la porta a Giorgio pronta ad essere esattamente ciò che lui si aspettava da lei, mentre quella serpe – fosse rimpianto o rimorso o qualcos’altro – si muoveva inquieta ma sempre più nascosta.

A volte Elisa era presa da un’ irrequietezza insopprimibile, di colpo la noia la invadeva al punto di farle desiderare di urlare, e ogni cosa le pareva l’infinitesima copia identica del già visto e già sperimentato. Allora usciva. Cercava un’amica. Comprava, soprattutto: specialmente cose inutili. Poi la sera mostrava a Giorgio i suoi acquisti, magari indossati, e a lui non mancavano le risorse per dimostrarle il suo apprezzamento.

Elisa si era considerata felice, fortunata. Persino grata alla vita, così ricolma di amore e vuota di preoccupazioni.

Ma ora, seduta a terra, le mani tagliate e una scusa da inventare per giustificare il parquet danneggiato, si chiese se non avesse in realtà desiderato soprattutto questo, durante gli ultimi anni: spaccare un vaso in mille pezzi, o fare un qualsiasi gesto inconsulto, inaspettato e soprattutto ingiustificabile, agli occhi di Giorgio o di chiunque altro…

Era come se la luce nera di quella lettera le avesse fatto scoprire una terza dimensione in quella sua vita piatta come un disegno su un libro di fiabe, rivelandone il retrogusto amaro: come se l’incantesimo si fosse spezzato, liberando la serpe.

Raccolse gli ultimi frammenti del vaso.

Spostando di pochi centimetri il tappeto, avrebbe potuto celare il danno al pavimento; bastava sistemare sul tavolo  un altro vaso e forse Giorgio non si sarebbe accorto di nulla.

Ma avrebbe dovuto inventare una scusa per i tagli alle mani. Meglio raccontare una mezza verità: una rottura incidentale del vaso.

Avrebbe potuto andare in studio, raccogliere gli ultimi frammenti della lettera e bruciarli come aveva fatto con gli altri. In realtà, non aveva idea se da quei pochi pezzetti di carta fosse possibile ricostruire, se non il contenuto della lettera, almeno il mittente, o il tipo di missiva.

Avrebbe potuto.

O forse avrebbe lasciato che fosse il caso, o il destino, a decidere per lei. In fondo, quando mai aveva preso una decisione nella sua vita? Anche la lettera, non le era capitata in mano per un caso fortuito, e solo per un capriccio l’aveva letta, lei che trovava la corrispondenza così noiosa?

Immaginò Giorgio entrare in casa, abbracciarla teneramente o magari di fretta, allentando il nodo della cravatta. Se lo figurò nella mente così reale che le parve di sentire sulle labbra il sapore del bacio con cui l’avrebbe appena sfiorata: lo vide togliere la giacca, riporla con cura nell’armadio – nessun pericolo che la lasciasse in giro, spiegazzata, come le sue amiche lamentavano dei loro mariti – poi dirigersi in bagno e ritornare dopo sette minuti esatti, infine in studio per sbrigare la corrispondenza – da otto a dieci minuti, come il solito, a seconda del numero di buste. Lo immaginò ritornare invece quasi subito, con i brandelli della lettera in mano, pallido, incapace di parlare, uno sguardo in cui si sarebbero mescolati accusa e rimorso.

O forse sarebbe rimasto di là a domandarsi che cosa fare, come affrontare l’argomento: difficilmente avrebbe negato l’evidenza, e non era il tipo d’uomo da nascondersi dietro il rimprovero di avere ficcato il naso nella sua posta. Lo sentì chiedere: “Elisa, che cos’è questo?” o anche “Perché l’hai aperta?” o “Perché l’hai stracciata?”. “Era solo pubblicità…” immaginò di rispondere. “Era per me, niente di importante…”

Perché l’avesse letta, Elisa non lo sapeva: forse  l’aveva incuriosita l’indirizzo scritto a mano, forse l’assenza di un mittente. O semplicemente, in quel momento non aveva proprio nulla da fare.

Avrebbe dovuto sentirsi ingannata, in collera con lui, pretendere una spiegazione: sarebbe stata la reazione più logica. E invece no, soltanto quello sgomento che trascolorava in rimorso: frammenti di cristallo e di carta da nascondere, frammenti da rivelare, da lasciar scorgere, da affidare al caso.

“Perché l’hai stracciata, Elisa?” riecheggiò ancora una volta la voce di Giorgio, con un tono dolente.

Immaginò di rispondere l’unica verità possibile: “Perché non volevo che fosse vero”.

O magari lui avrebbe notato immediatamente il danno al pavimento e l’assenza del vaso, rammaricandosene così tanto da non accorgersi nemmeno dei brandelli di carta; avrebbe creduto alle sue scuse e la lettera sarebbe scomparsa, inghiottita nel nulla. Fino a che il postino non ne avesse recapitata un’altra…

Lo immaginò allora seduto compostamente, gli occhi grigi fatti di ghiaccio, le mani nodose giocherellare nervosamente con gli occhiali, lo sguardo fisso su un punto preciso del tavolo. “Avrei dovuto parlartene prima” avrebbe detto. “Sì”, avrebbe risposto solamente lei.

O forse non sarebbe accaduto niente di tutto questo.

 

Quando Giorgio, abito grigio cravatta e valigetta, rientrò a casa due ore più tardi, alle 19.30 esatte, trovò Elisa che rideva, sdraiata sul divano, il bel parquet massacrato da un’ecatombe di piatti di porcellana e cristalli di Boemia, le tende strappate e gettate a terra, i quadri fracassati, e ovunque frammenti di bottiglie e tanfo d’alcool.

Non ebbe bisogno di chiedere nulla.

 

 

 


postato da: SilviaZanetto alle ore 16:16 | link | commenti
categorie:
mercoledì, 06 maggio 2009

Gran Canaria: seconda parte

Lunedì cediamo alla tentazione di visitare un parco tematico, tra i tanti che attirano i turisti: scegliamo il PALMITO PARK, che raggiungiamo al termine di un lungo e tortuoso percorso che si snoda attraverso un barranco.Barranco

Già il paesaggio vale l’escursione, oltre al non indifferente prezzo del biglietto.

Il parque si adagia, quasi nascosto, sui fianchi di una collina, e solo uno strano coro di stridi, mugolii ed altri versi indecifrabili fa presagire la presenza degli animali. Ma sarebbe ingeneroso definire “zoo” questo giardino di palme che svetano verso il cielo e minacciosi cactus che è meglio fotografare a distanza. Dopo chiassosi pappagalli, coloratissimi ibis rossi e fenicotteri rosacei, un indolente orangutan e due caimani rassegati, raggiungiamo il mariposario, una serra dove tra i fiori volteggiano, disponibili ai nostri scatti, decine e decine di farfalle.

Farfalla

Non è forse particolarmente caratteristico PUERTO DE MOGAN, un porticciolo turistico circondato da negozi e ristoranti come si potrebbe incontrare in tante altre località di mare. Ma ci incanta la tranquilla vivacità delle sue strade, l’ordine variopinto delle sue case, le bouganville –fiori simbolo dell’eterna primavera che sorride a queste isole-  abbarbicate agli archi che sovrastano le vie pedonali

Bouganville

E la sera scopriamo anche quello che, per la nostra breve permanenza qui, diventerà il “nostro” ristorantino, dove ci tuffiamo nell’immancabile paella innaffiata di sangria, che sempre mi rende più allegra e ciarliera.

 

Ma Gran Canaria non è certo solo mare.

Dedichiamo una giornata a visitare le montagne dell’interno: il PICO DE LAS NIEVES  e il ROQUE NUBLO.

GinestreRoque Nublo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Seguiamo l’itinerario proposto dalla guida partendo da SAN BARTOLOME’ DE TIRAJANA, proseguiamo tra palmeti e pinos canarios (una varietà di conifera endemica); poi iniziano le ginestre: centinaia, migliaia di ginestre a distesa lungo i fianchi delle colline, gialle splendenti come il sole che oggi gioca a nascondino.

E arriviamo all’attacco del sentiero che ci porterà al Roque Nublo, dopo una camminata su sentieri di montagna di quasi due ore, per arrivare finalmente a toccare questo monolite di basalto, su un picco a 1700 metri di altitudine, da dove possiamo contemplare con soddisfazione – e con un po’ di fiatone- il cammino compiuto.

El Roque Nublo

 

Ci aspettavamo nuvole e freddo –il nome Roque Nublo la dice lunga- e non abbiamo potato la crema solare, invece il sole c’è e picchia inesorabilmente sul naso che la sera si trasformerà in un peperone rosso.

Non posso concludere questo mio pur breve e limitato reportage senza regalarvi un’immagine delle incredibili, rasserenanti, caldissime dune che fiancheggiano la PLAYA DEL DUQUE, dove la mattina successiva completiamo l’opera di “abbronzatura” del naso (si spellerà di lì a pochi giorni fortunatamente senza conseguenze permanenti…).

E arrivederci al prossimo viaggio!

Playa del duque


postato da: SilviaZanetto alle ore 17:04 | link | commenti (14)
categorie: viaggi, riflessioni, primavera
mercoledì, 22 aprile 2009

Gran Canaria, el pequeno continente

Fin troppo facile pensare a queste isole come dei mezzi paradisi tropicali a buon mercato, dove vanno a tostarsi al sole orde di vacanzieri del vorrei-ma-non-posso, che sognano Carabi e Maldive ma non se li possono permettere.

Fin troppo facile pensarle, soprattutto Tenerife e Gran Canaria, come località balneari goderecce  da inizio-fine stagione, abbruttite da sgorbi di cemento armato che una legislazione permissiva e con le mani in tasca ha permesso di costruire, popolate da grassi frequentatori di improbabili pizzerie e maleodoranti rosticcerie cinesi.

Che questo aspetto delle Canarie esita è innegabile, come lo è il fatto che per molti visitatori questa sia l’unica immagine delle isole che porteranno nei loro ricordi.

Ma le nostre vecchie scarpe da ginnastica, come sempre, percorrono le strade disertate dai più, alla ricerca di immagini e di emozioni.

P4120013

Come lo spaccato di cielo indaco tra due muri infiammati di carminio, che ci sorprende in questa piccola località di cui c’innamoriamo a prima vista, Ingenio, a cui una sola delle nostre guide dedica a malapena un paio di righe. Una tavolozza di casette accese dal sole, abbarbicate al fianco del barranco che sembra spaccare in due il paese, ma poi rivela un soffice giaciglio di erba tiepida che ti invita a rimanere.P4120014

 

Mentre siamo in cerca di qualche regalino, ad Agùimes, ci imbattiamo anche in una storia: quella di Franco, torinese di 47 anni, che due anni fa con sua moglie ha mollato tutto per trasferirsi qui, in questo piccolo paese lontano dal mare e dal bordello dei vacanzieri, dove anche di turisti ne passano pochi.

Sembra felice, Franco, senza un soffio di rimpianto, e si schermisce quando gli esprimo l’ammirazione che ho sempre provato per chi ha il coraggio di inseguire il sogno romantico della fuga, quello che quasi tutti almeno una volta nella vita abbiamo vagheggiato, ma solo pochi hanno la determinazione di realizzare.

E mentre noialtri rimaniamo così, barche eternamente ormeggiate, viaggiatori a metà che sanno partire solo col biglietto di ritorno nella borsa, Franco sorride sereno, ritornando dietro il banco del suo negozietto di souvenir.

 

P4120025

Un altro giorno le nostre scarpe da ginnastica ci portano a seguire le orme degli antichi Guanci, la popolazione che viveva su queste isole prima della colonizzazione spagnola, praticamente estinti con la loro lingua e la loro cultura nel giro di un secolo dopo la conquista.

E’ tale il fascino del luogo che vale la pena di affrontare una scarpinata non indifferente, frustati da raffiche di vento che a tratti ci fanno perdere l’equilibrio.

Siamo completamente soli quando raggiungiamo las cuatro puertas, una grotta artificiale scavata nella roccia che un tempo doveva aver ospitato i capi della comunità di Guanci che si era insediata qui.

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 Arranchiamo ancora fino alla sommità della collina, e iniziando a calarci lungo l’altro versante ci coglie di sorpresa la vista del mare. Il vento, da questa parte, si è inaspettatamente placato, e visitiamo le altre grotte, giocando tra corridoi e cunicoli, in un silenzio irreale, perfetto.

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Sembra più facile qui, rispetto ad altre parti del mondo, scovare la meta della propria fuga: la solitudine cercata e non subita, l’altra vita possibile, lo spuntone di roccia su cui costruire il proprio sogno. Magari in una casa-giocattolo, una casa come quelle nei disegni dei bambini, in cui la nitidezza dei segni e dei colori non lasci spazio che alla semplicità e al contatto con la natura.

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Qui il mare è autentico, rabbioso e inquietante, il vero mare che ti sommerge come la passione e il destino, schiuma bianca sull’abisso oscuro, sullo scoglio di roccia nera, vulcanica, che ha conosciuto le viscere della terra. Non il mare addomesticato dei villeggianti, costruito a loro uso e consumo…

 

Ma non a caso quest’isola è stata definita el pequeno continente, per la sua varietà di climi e paesaggi: a pochi chilometri da qui il sole cala dietro le curve dolcissime disegnate dalle dune. La sabbia è impalpabile, tiepida dopo la giornata che qui è stata soleggiata, i passi sprofondano  e si procede a fatica. E’ spiaggia? E’ deserto? Il mare ammicca da un lato, mentre le carovane di cammelli rientrano lentamente riportando a casa i turisti più avventurosi.

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La luce del tramonto rende più dense, concrete tutte le cose. I passi si fanno più lenti, costeggiando lo stagno: godiamo della quiete di quest’ora, allontanandoci dalla spiaggia che durante il giorno sarebbe affollatissima, osserviamo  le acque placidissime, le montagne azzurre, la strada sterrata che risale…

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(1) Continua…

 


postato da: SilviaZanetto alle ore 14:54 | link | commenti (19)
categorie: viaggi, riflessioni, primavera
mercoledì, 01 aprile 2009

Libriamici: Giuliana Argenio

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GIULIANA ARGENIO – “VENTO ROSSO”

 Siamo in parecchi, qui su Splinder, tra scrittori e poeti, probabilmente ci “conosciamo” un po’ tutti: scrittori discreti, a volte davvero buoni, qualcuno con una marcia in più.

Giuliana Argenio –lasciatemelo dire- è tra questi.

Il suo romanzo “Vento Rosso” è intenso e forte fin dalle prime pagine, fin dal titolo.

L’incipit aggredisce subito  col fischio degli spari e il fumo acre dei lacrimogeni, durante le manifestazioni contro il G8 di Genova: subito l’autrice precipita il lettore in una realtà concreta e bruciante, ne afferra l’attenzione e non lo lascia fino alla fine.

 

In una città “orribile” del troppo mitizzato nord-est, fin troppo ordinata ed elegante, esclusiva ad escludente, trascina la propria sconclusionata esistenza il protagonista maschile, Mauro: personaggio ambiguo, che si sdoppia e si triplica nelle diverse identità che assume nel corso del romanzo. Eroe positivo e negativo al tempo stesso, intellettuale coltissimo che trova nella poesia il proprio riscatto, ma al tempo stesso vittima del fallimento delle ideologie estreme, della propria inettitudine ad adattarsi agli schemi imposti dalla società, della propria incapacità di amare. Tanto che anche le sue donne portano in sé, tutte, come una sorta di peccato originale, l’impronta del fallimento.

Nella stessa città, dove “l’apparenza conta più della sostanza”, vive Emma.

Forse è solo un caso che la protagonista porti il nome di Madame Bovary, forse no: perché come la sua omonima si lascia guidare dalla passione, e in nome di questa è disposta più di una volta a buttare all’aria la sua ordinata e comoda esistenza. Una “biondina” minuta, dall’apparenza fragile, “una delle tante sceme che amava frequentare gli intellettuali”, che nasconde però un inconfessabile segreto. Ma Emma non si lascia sconfiggere, ritrovando se stessa in una solitudine cercata e non imposta, dove alla fine rinasce dalle proprie ceneri.

La storia di Emma e Mauro è qualcosa di più dell’incontro tra due solitudini (“La solitudine graffia. Tutto frena, frana.”), qualcosa di più del cogliere l’ultima occasione offerta dalla vita per ricominciare a sperare. Ma il passato non perdona e, come sempre, alla fine presenta il conto.

 

Altri personaggi circondano i due protagonisti, o emergono dal loro passato: un affascinante musicista,  Stefano, troppo innamorato delle sette note per riuscire ad amare fino in fondo Emma, “la sua ottava nota”. La narrazione della loro storia d’amore è sicuramente una delle parti più emozionanti del romanzo.

Virginia, la figlia di Emma, “tutta anima e vetro”.

Fiamma, “deus ex machina” in negativo, che compare con una forza autodistruttrice che si propaga a tutto ciò che ama – a modo suo- compreso il protagonista, fino a portare alle estreme conseguenze la vicenda di entrambi.

 

Una notazione a parte merita lo stile, che Giuliana Argenio sa modulare in toni molto diversi nelle varie parti del romanzo: all’inizio frenetico, secco e nervoso, caratterizzato da periodi brevi nei capitoli in cui il protagonista è Mauro; più poetico, quasi elegiaco, nel finale e nei capitoli in cui la protagonista è Emma. Il linguaggio è colto, molto ricco di metafore, che a volte richiedono –e meritano- una seconda lettura per apprezzarne l’originalità.

Un libro non facilissimo, che affronta coraggiosamente delle tematiche di grande attualità unite ai problemi eterni della vita –amore, morte, ricerca della giustizia e del senso dell’esistenza- scritto con grande passione, senza la pretesa di trovare le risposte, ma nella convinzione –  o nella speranza? – che alla fine i conti possano tornare, e che ci sia sempre un nuovo inizio e una nuova storia da raccontare…

 

 

Giuliana Argenio, “Vento Rosso”, Edizioni Il Filo, settembre 2007, Roma

ISBN 978-88-6185-339-3, Euro 15   

 

 


postato da: SilviaZanetto alle ore 08:30 | link | commenti (31)
categorie: recensioni, libri, amicizia, scrittura
giovedì, 12 marzo 2009

LIBRI, AMICI E MIMOSE

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Ecco alcune delle fotografie scattate sabato scorso alla libreria Einaudi in occasione della manifestazione "Storie di donne per la festa della donna".010_10008_8

 

Annamaria e io abbiamo presentato i nostri libri, grazie alla cordiale ospitalità della signora Wanda che alla fine ci ha rifocillato con quello che doveva essere un semplice aperitivo e invece si è rivelato un autentico banchetto (mi spiace per quelli che non c'erano...)009_7A008_6A

 

Accompagnamento musicale con canzoni in dialetto milanese da parte di Paolo, mentre l'insostituibile conduttore della serata, che alla fine ci ha allietato anche con la lettura di un suo racconto, è stato il nostro amico Luigi.

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Insomma, attorniate da amici e da un pubblico attento e partecipe, circondate da centinaia di libri in una sala dove non mancavano musica e fiori, buon cibo e buon vino, credo che per questa festa della donna non ci possiamo proprio lamentare!!!

 

 


venerdì, 06 marzo 2009

TRENDY, COOL O RASKOL’NIKOV?

Sicuramente io non sono “trendy”.

Mi vesto come una vecchia ragazza della mia età, in stile milleuroalmese, vagamente giovanilistico ( ma quando trovo un jeans a vita alta lo compro subito), un genere spesallacoop, tanto per intenderci: maglioncini presi in saldo, scarpe da ginnastica, al massimo le ballerine.

Frequento posti fuori moda: scuole, più che altro. Supermercati, librerie, corsi di danze popolari, case di amici fuori moda come me. Manco a farlo apposta, quasi tutti i miei compari sono dei sopravvissuti al liceo classico, e c’è ancora chi dopo un paio di bicchieri  riesce a rievocare tetrametri giambici o aoristi asigmatici.

Detesto andare dal parrucchiere, e inorridisco di fronte alle invenzioni azzardate degli stilisti più quotati. Non vado nemmeno in palestra, preferisco allenarmi a casa con i DVD di Jane Fonda, il mito delle vecchie ragazze adorabilmente fuori moda come me.

 

Insomma, è davvero un caso fortuito che io entri  in quel locale così “trendy” (o forse si dice “cool”?), quella sera.

 

E’ il compleanno di una mia giovane amica, a lei il posto ispira ed entriamo.

Procedendo a tentoni (a quanto pare più un posto è “cool” e più le luci sono basse) raggiungiamo un tavolino rasoterra, circondato da sgabelli scomodissimi, tipo ginocchiasuidenti. Appena gli occhi si sono abituati all’oscurità, ci accorgiamo che alcuni degli avventori ci stanno fissando, evidentemente soppesando il nostro “look”: forse perché siamo le uniche donne che si possano definire vestite. Nonostante la temperatura tropicale di 2 gradi centigradi rilevata a Milano, non soltanto le ragazze giovani come lei, ma anche le vecchie ragazze come me sfoggiano minigonne quasi inesistenti o scollature ragionevolmente giustificabili solo in caso di allattamento al seno. Di due bebè, ovviamente.

Ordiniamo da bere.

Ora, si sa che nei locali molto “cool” bisogna ordinare qualcosa di molto alcolico. Altrimenti sei uno sfigato.

Siccome sono una sfigata, la mia scelta cade su un Rossini: spumante e fragole frullate. Dopo un paio di minuti, vedo ricomparire le ginocchia della cameriera –dal punto infimo in cui mi trovo non riesco a vedere altro – che benignamente s’inchina e sbatacchiando le ciglia finte mi dice che il frullatore non funziona e il Rossini non si può fare.

Chiedo un succo di frutta. Nemmeno Mister Bean  potrebbe ordinare un succo di frutta in un locale così “cool”, ma io sì. Probabilmente sarebbe più “trendy” prendere una camomilla: sarebbe un gesto trasgressivo, e potrei sempre far finta di essere in preda ai conati di vomito per postumi di sbronza.

Invece chiedo un succo di frutta. Tropicale.

Culmine della sfiga: tropicale non c’è. Pera o pesca. Sarei tentata di chiedere un bicchiere d’acqua del rubinetto, invece in un supremo sforzo di dignità sospiro “pesca”, evitando di alzare gli occhi per non incontrare lo sguardo di compatimento dietro le ciglia finte della cameriera.

Forse adesso andrà a chiamare il buttafuori che mi scaraventerà con la faccia spiaccicata sul selciato, lanciandomi dietro il mio vergognoso e stucchevole succo di frutta.

Ma evidentemente vige ancora la norma che “il cliente ha sempre ragione”, perché nessuno viene a sollevarmi di peso e mi sorbisco il mio improbabile “drink”, cercando di godermi almeno gli stuzzichini.

 

“Non gli avrei dato nemmeno un centesimo” commenta la mia amica, a proposito del ragazzo che è appena entrato.

Io invece sì: anche un paio di euro, gli avrei dato…

Se il suo “look” sia “trendy” questo proprio non lo so, ma il “boy” mi sembra piuttosto “figo” e questo lo vede anche una vecchia ragazza un po’ miope che ha lasciato gli occhiali a casa e si trova in un locale così “cool” che non si vede quasi niente.

Chiaro, lo guardo per lei: io, per età e stato civile, sono decisamente fuori gioco.

“Abbiamo paura del tempo” dice in “Puerto Libre” Angeles Mastretta, “quando un bell’uomo attraversa il nostro orizzonte e pensiamo a quanto piacerebbe a nostra figlia”. Ecco, ci siamo quasi. Per fortuna non è un uomo ma un ragazzo, e lei non è mia figlia.

Lui si accomoda su una poltrona d’angolo (ma c’era una poltrona?), accavalla una gamba con la disinvoltura di chi è di casa, o forse semplicemente di chi non si crea falsi problemi, ordina con sicurezza il suo drink  e si riempie il piatto degli stuzzichini con la generosità dei giovani che non conoscono il rompicapo delle calorie quotidiane.

Poi, infila la mano in una tasca del giaccone e ne estrae un libro. No, non un libro: un volume. Un tomo. Un pezzo da seicentocinquanta pagine, magari anche di quelle scritte in piccolo.

Mentre la mia amica rimane una decina di secondi ammutolita con la bocca aperta – per fortuna non ci sono mosche, altrimenti ne ingoierebbe una mezza dozzina - metto in atto una delle mie rare abilità: quella di sbirciare le copertine dei libri altrui.

Di solito non mi interessa sapere che cosa sta leggendo quella persona. E’ che devo necessariamente sapere se è un’opera che ho letto, o perlomeno conosco: ne va della mia autostima e dell’umore dell’intera giornata.

Stavolta, però, sono davvero curiosa…

Dostoevskij.

“Delitto e castigo”.

“Non me lo sarei mai aspettata!” dice l’amica, appena riesce a rientrare in  possesso dell’uso della parola.

“Gli chiedo se vuole venire a mangiare la pizza con noi?”

“Quasi quasi  lascio cadere così per caso il mio biglietto da visita, con indirizzo e numero di cellulare…”

Sciaguratamente, la mia amica non si è mai fatta stampare i biglietti da visita.

 

Così ce ne andiamo in pizzeria, lasciando il ragazzo sprofondato nella sua poltrona a vagare con Raskòl’nikov  per le vie di San Pietroburgo, lungo la Prospettiva Nevskij, forse a rimuginare sul delitto perfetto che sa architettando, o forse già attanagliato dal rimorso per gli odiosi crimini commessi, o devastato dai dubbi e angosciato dal terrore di essere scoperto, forse già avviato sulla via dell’espiazione e della redenzione…

 

Nonostante la poca luce, la musica, le chiacchiere e le belle donne mezze spogliate.


postato da: SilviaZanetto alle ore 15:45 | link | commenti (19)
categorie: racconti
mercoledì, 25 febbraio 2009

 

STORIE DI DONNE

PER

LA FESTA DELLA DONNA

 

 

 

Sabato 7 marzo

Ore 18

 

Libreria Einaudi

via Alfredo Albertini - Milano (angolo via Paolo Sarpi)

 

 

 

Letture al femminile

Di Annamaria Trevale

e Silvia Zanetto

 

 

Dai loro ultimi libri (e non solo…)

 

 

 

Presentazione e voce maschile di Luigi Cristiano

copertinaAnnamaria

 

Seguirà aperitivo

e mimosa per tutte le signore presenti


mercoledì, 18 febbraio 2009

Fuori dal muro

E' un pezzo scritto alcuni mesi fa, ma l'ho volutamente tenuto "top secret" prima delle presentazioni del mio libro...  il racconto non fa parte della raccolta "Stagioni", è stato scritto dopo, ma ne è parte integrante in quanto prende spunto dall'immagine di copertina, il bellissimo quadro di Nicola Pastori intitolato appunto "Fuori dal muro".

Fuori dal Muro

FUORI DAL MURO

 

 

Seguimi.

Seguimi, se il tuo sguardo è acqua  limpida  e il tuo animo ribolle come magma incandescente.

Seguimi.

Il mio passo è sicuro, anche se il cielo è cupo e il cammino ancora incerto.

Non ho più timore, solo una traccia evanescente di quelle paure che  mi incatenavano. Prima.

Ancora pochi passi, e mi sarò lasciata tutto alle spalle, qui: fuori dal muro.

Saprai seguirmi?

Non è stato facile creare una breccia. Ogni pietra è sistemata con oculatezza, frutto di calcoli precisi e di equilibri apparentemente incrollabili, ogni grigio tenace blocco costruito pazientemente per anni e mesi e giorni e ore…

Sono pietre più salde del granito, più fredde del marmo: grettezza,  convenzioni sociali, perbenismo sazio di maldicenza, pregiudizi inossidabili.

E poi polvere: soffocante, plumbea, letale come quei piccoli doveri quotidiani di cui giorno per giorno mi sfuggiva il senso, nella rassegnazione grigia di chi ha ormai rinunciato al sogno.

Le mie mani? Sono ferite, sì… le mie mani, un tempo bianche e curate, hanno unghie spezzate e sanguinanti.

Avrai il coraggio di seguirmi, di vedere che cosa c’è fuori dal muro?

Non condannarmi perché sono nuda.

Non è per impudicizia, né per vanità, credimi.

E’ che passo dopo passo ho lasciato cadere tutto ciò che non mi occorreva. Non immagini quanti fardelli inutili mi fossi caricata sulle spalle, credendoli indispensabili: convinzioni, consuetudini che mi davano sicurezza, la mia corazza di cinismo che mi preservava dal mondo, illudendomi di esorcizzare la paura.

Ora sono più vulnerabile, sì, ma vedi? Un nuovo bagliore è apparso all’orizzonte, scivola sulla mia pelle e riveste il mio corpo di luce: d’altro non avrò bisogno. 

Trovi che nel mio sguardo ci sia anche nostalgia? Che altrimenti non mi sarei voltata indietro?

Non lo nego: Questa dolcezza triste è l’unico fardello di cui non mi voglio liberare. Non fuggo fuori dal muro senza una scia di rimpianto per la vita, seppur banale, che mi sono strappata di dosso: non scorderò le mani di donna che intrecciavano i miei capelli di bambina, o la stanchezza amara dello sguardo di un vecchio seduto in fondo al cortile …

Ma, vedi? Il mio passo è sempre più sicuro.

Ora il bagliore si fa più intenso e una luce rosata scaccia il buio.

Ascolta…

Voglio rivelarti un segreto:

Non c’è il riposo, la pace, fuori dal muro. Quella luce lontana è spumeggiante, incandescente…

Forse è la schiuma del mare: vivo, gonfio di passione e di sfida, il mare che mi travolgerà con le sue onde possenti, per poi lasciarmi riposare, sfatta di sale e di sabbia, spossata, sulla riva.

Forse è lava che ribolle:  magma in cui perpetuamente mi fonderò, riaccesa ad ogni istante e rinnovata nell’amore che mi guida.

 

Sarò acqua.

O sarò fuoco.

E mai più sarò cenere.

 

 

 

 

 

 

 


postato da: SilviaZanetto alle ore 18:09 | link | commenti (19)
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